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10 aprile 2013

Le Sette Spade di Wayland

Note sparse sul mito dell’Efesto nordico.

Wayland: l’Efesto degli antichi popoli nordici
Nella mitologia degli antichi popoli germanici, Wayland (Weland in inglese antico, Völundr in antico norreno, Wiolant in proto-germanico - da wela, “battaglia” e nand, “valoroso”) è un leggendario fabbro di stirpe elfica, artefice di armi, armature ed artefatti magici di inestimabile valore e rarità. Wayland compare in diversi poemi epici dell’antichità nordica ed anglosassone come l’Edda Poetica del XIII secolo d.C., il Deor, scritto nella seconda metà del X secolo d.C., il Waldere, risalente all’anno 1000, ed il celeberrimo Beowulf, anch’esso dell’anno 1000 circa, nel quale leggiamo, alle righe 448-455:

[…] se mi coglie la morte. Si prenderà, il Solitario
il mio corpo nel sangue, penserà lui a seppellirlo
sbranandolo senza rimpianti, ne contrassegnerà
le alture degli acquitrini; e tu non darti più pena
per queste mie membra mangiate. Invece manda a Hygelac,
se la battaglia mi coglie, la bella veste di guerra
che mi protegge il petto, il migliore degli abiti.
È un lascito di Hredel e un lavoro di Weland. (1)

Anche Walter Scott cita Wayland nel suo romanzo Kenilworth, che narra della vita del fabbro in una caverna nei pressi di Lambourn, nell’antico Berkshire, oggi Oxfordshire. Secondo una leggenda popolare, quando un viaggiatore legava il suo cavallo di fronte alla grotta lasciando sei soldi come pagamento, al suo ritorno avrebbe trovato il cavallo ferrato ad arte (2). Il medesimo racconto lo ritroviamo nella Lettera al Dottor Mead sulle antichità nel Berkshire, scritta dall’antiquario Francis Wise nel 1738 (3). Rudyard Kipling, nel suo Puck delle Colline, fa di Wayland un re detronizzato e costretto a vivere del lavoro di fabbro all’alba della cristianizzazione dell’Inghilterra.

Il mito del fabbro elfico Wayland è diffuso anche nell’Europa continentale: all’opera della sua arte impareggiabile, infatti, sono attribuiti armi ed armature di nobili guerrieri le cui gesta sono state cantate in diverse Chansons de Geste e nella Cronaca dei Conti di Agoulesme (XII secolo d.C.). Tra le attestazioni più antiche troviamo una raffigurazione sul Frank’s Casket, un reperto risalente al VIII secolo d.C. Scoperto in Northumbria ed ora conservato al British Museum, nel quale è raffigurato Wayland nella sua forgia insieme al fratello Egil (4).

Il mito di Wayland
Nonostante la grande diffusione in area germanica, anglosassone e scandinava della figura di Wayland/Völundr, la narrazione mitica che lo riguarda è tutto sommato scarna. Stando al mito, Wayland e i suoi due fratelli Egil e Slagfiðr erano figli di Wade - indicato ora come gigante ora come elfo - o, secondo un’altra versione, figli di un marinaio e di una sirena. Tutti e tre i fratelli vivevano assieme a tre Valchirie: Ölrún, Hervör Alvitr e Hlaðguðr Svanhvít. Dopo nove anni le Valchirie decisero di abbandonare i loro consorti; Egil e Slagfiðr scelsero di seguirle e non fecero mai più ritorno. In un’altro racconto Wayland sposò Hervör, la fanciulla-cigno (Svanhvít) e con essa generò un figlio: Heime. Anche in questa variante, però, Hervör finisce per abbandonare Wayland, lasciandogli quale pegno d’amore un anello, del quale il fabbro forgia settecento copie. Di Wayland si narra fosse sovrano degli Elfi e tra le sue opere più prodigiose si annoverano una barca di piume, un abito alato, la spada Balmung (5) e le sette spade, dette appunto di Wayland.

In seguito Wayland venne catturato durante il sonno da Nidudr, re di Nerike (6), gli vennero recisi i tendini, così che non potesse fuggire e fu imprigionato nell’isola di Sævarstöð. Durante la sua prigionia Wayland fu costretto a forgiare ogni sorta di oggetto meraviglioso per il re, tra i quali una splendida spada che andò ad ornare il cinto di Nidudr. Infine, anche l’anello di Hervör gli venne sottratto per finire nelle mani di Bodvild, la figlia di Nidudr.

In preda alla furia più nera, Wayland si vendicò uccidendo i figli maschi del re, che erano andati a trovarlo in gran segreto per farsi forgiare armi ed armature. Wayland fabbricò dei calici coi loro teschi, dei gioielli coi loro occhi ed una spilla coi loro denti. Poi inviò al re i calici, alla regina i gioielli e Bodvild la spilla. Bodvild allora si recò alla sua forgia per far aggiustare al suo dito l’anello di Hervör. Ma Wayland le sottrasse l’anello con la forza e la violentò. Da quella unione nacque un figlio che venne condannato alla prigionia nella forgia con il padre.

I due però riuscirono finalmente a fuggire grazie ad un abito alato fabbricato da Wayland (7), per recarsi nel Valhalla.

Un mito ibrido
Il titolo di Efesto nordico attribuibile a Wayland appare pertinente in più di un senso. Evidenti sono le similitudini fra la figura del fabbro elfico con quelle degli dèi fabbri della mitologica greco/romana Efesto e Vulcano, a partire dalla zoppia, caratteristica mitico/rituale che accomuna tali figure. Ma anche la narrazione della sua rocambolesca fuga dall’isola di Sævarstöð grazie ad un abito alato richiama subito alla mente il mito della fuga di Dedalo e suo figlio dal labirinto di Minosse.

Tale analogia mitica fu consapevolmente espressa anche dagli antichi, come l’ignoto autore di un manoscritto islandese del XVI secolo d.C. nel quale troviamo scritto, sotto l’illustrazione di un labirinto:


Völundharus, id est domus Daedali (8).


Purtroppo, però, non è facile discernere quanto di queste palesi similitudini sia dovuto alla comune origine indoeuropea di tali miti e quanto ad influenze successive alla conquista romana dei popoli germanici ed alla conseguente latinizzazione di tali popoli, processo conclusosi nell’Alto Medioevo. Possibili mediatori di questi miti potrebbero essere stati i Goti che, numerosi, prestavano servizio nell’esercito dell’impero romano.

Il fabbro divino nelle culture celtiche presassoni
Nel mondo celto-britannico, come più in generale in tutta l’antichità, la lavorazione dei metalli era circondata da un’aura di mistero e l’arte del fabbro era considerata fra le più prestigiose socialmente, spesso con risvolti di carattere sacrale. I reperti archeologici di cui disponiamo testimoniano con certezza dell’esistenza di culti di un dio fabbro precedente alla germanizzazione della Britannia avvenuta con l’invasione dei Sassoni (primi del V secolo d.C.) (9). Il fabbro divino ricopriva una posizione preminente nei miti e nelle leggende. Nel Galles si narrava di Gofannon ed in Irlanda del suo omologo Goibhniu. Entrambi forgiavano per gli altri dèi e per gli eroi armi indistruttibili e dotate dei più disparati poteri magici. Oltre a ciò Goibhniu era anche il dio che presiedeva al banchetto dell’oltretomba, e tutti coloro che vi partecipavano divenivano immortali.

Wayland, forgiatore di spade
Come si è detto, numerose sono le opere della forgia e dell’ingegno di Wayland. Fra queste un posto di assoluto riguardo spetta alle armi ed alle armature magiche e fatate. Della splendida cotta di maglia che difendeva il petto del prode Beowulf si è già detto. Ma Wayland fu anche l’artefice della mitica Balmung (chiamata Gramr dai norreni), la spada dell’eroe germanico Sigfrido, con la quale sconfisse ed uccise il drago Fafnir. Balmung era stata forgiata per Sigmundr, il padre di Sigfrido. Sigmundr, a sua volta, l’aveva ricevuta in eredità da suo padre Voslung, dopo averla estratta da un ceppo nel quale il dio Odino l’aveva conficcata: una narrazione mitica del tutto analoga a quella dell’Excalibur del ciclo arturiano. Distrutta e riforgiata (10), Balmung era in grado di tagliare senza sforzo carne, ossa, roccia e metallo.

In un tardo mito anglosassone, risalente al XVI secolo si narra, invece, di ben sette spade forgiate da Wayland, ognuna delle quali era associata ad una virtù, ad un potere soprannaturale e a quello che i Celti chiamavano gesa, ossia un obbligo rituale che il portatore della spada era costretto ad assolvere, pena una morte atroce (11).

Dal mito arcaico al mito contemporaneo
Nel 1984 due case di produzione televisiva inglesi, la HTV e la Goldcrest, hanno dato vita a quella che, a tutt’oggi, è la trasposizione più affascinante della leggenda di Robin Hood (12) sullo schermo: la serie di telefilm Robin of Sherwood, diretta, ed in parte scritta, dal geniale regista Richard Carpenter. All’atmosfera onirica e sognante della serie contribuisce in maniera determinante la colonna sonora del gruppo irlandese dei Clannad (13).



La serie si compone di venticinque episodi suddivisi in tre stagioni: un episodio pilota della durata di due ore e 24 episodi di un’ora, con l’eccezione di uno, Le Spade di Wayland, che analizzeremo tra breve, che ha una durata di due ore. Ciò che rende unica questa serie di telefilm, andata in onda fino al 1986 e tradotta in numerose lingue, è la sapiente capacità di coniugare il realismo storico nel tratteggiare l’Inghilterra a cavallo tra XII e XIII secolo d.C., durante il regno di Giovanni detto il Senzaterra, il rispetto per il materiale tradizionale della leggenda di Robin Hood assicurato dalla presenza di tutti i personaggi più noti, come Little John, la bella Marion, Frate Tuck, il perfido Guy di Gisbourne ecc. e l’introduzione di una mistica pagana quale ordito dell’intera serie, con continui riferimenti al mondo celto-britanno precristiano. In questa serie TV Robin Hood svolge il ruolo archetipico del difensore della terra (14): ispirato dal dio pagano Herne, che si risveglia dal suo sonno ancestrale ogniqualvolta la terra di Britannia soffre, un uomo viene chiamato a incarnare il difensore della gente di Britannia. Nel quinto episodio della seconda stagione, intitolato Le Spade di Wayland, fa la sua comparsa questa interessante rilettura del mito del fabbro elfico.

Riassunto dell’episodio
Una congrega di pie e rispettate suore è in realtà una setta di crudeli streghe, capeggiate da Morgwyn Ravenscar. Il loro obbiettivo è appropriarsi delle Sette Spade di Wayland, di cui hanno bisogno per evocare sulla terra il Signore degli Inferi. L’unica spada di cui non sono ancora in possesso è la favolosa Albion: la spada di Robin Hood.

Durante l’episodio viene spiegato con maggior dettaglio il mito delle sette spade. Forgiate da Wayland, le spade sono imbevute di un potere al tempo stesso oscuro e luminoso, pronto a liberarsi secondo le inclinazioni del suo portatore. Ciascuna delle spade è associata ad un’entità demoniaca, ad un’arte di magia nera e ad un obbligo rituale cui il portatore non può sottrarsi. Purtroppo nell’episodio non per tutte le spade sono indicate le rispettive proprietà.

Nella tabella seguente è riportato ciò che nel mito è detto di ciascuna spada.

SpadaDemoneProprietàObbligo
AlbionBaal Zebub?Lealtà
BelethSatanaIncanto?
ElidorAsmodeoProfeziaVerità
FlaurosBehemothMalocchio?
MoraxDiabolosNegromanzia?
OriasBelialArte Paolina?
SolasDaimonionAlchimia?

La serie TV Robin of Sherwood ha avuto un suo breve, seppure significativo, sviluppo anche sulla carta stampata. Brevi romanzi e LibroGame, direttamente collegati alla serie TV, sono stati pubblicati fino al 1987. Nel LibroGame La Spada del Templare, fa la sua comparsa la spada Elidor, anche detta la "Lama Nera", nelle mani di un cavaliere templare. La spada, che lentamente sta corrompendo l’anima del povero cavaliere, gli è stata consegnata dal perfido cardinale Bellaime, personaggio presente anche nella serie TV, un uomo corrotto e depravato che, protetto dalle spoglie cardinalizie, è in realtà uno stregone ed un adoratore del demonio.



La fonte eterogenea dalla quale gli sceneggiatori hanno tratto ispirazione per i nomi delle spade e per le loro associazioni è il Lemegeton o Piccola Chiave di Salomone. Il Lemegeton è uno dei più famosi grimori, tomi di magia (15), esistenti, citato e comparso in numerosi film e romanzi (16). È, in sostanza, un trattato di demonologia del XVII secolo, di autore ignoto. La maggior parte del suo contenuto è una collazione di grimori cinquecenteschi e tardo medioevali, come la Pseudomonarchia Daemonum di Johann Weyer (17); il testo è anche debitore della cabala ebraica e di alcune idee caratteristiche della mistica musulmana medievale. Di questo testo sono conservate diverse copie, che differiscono tra loro per piccoli particolari, soprattutto legati alla grafia dei nomi delle varie entità angeliche e demoniache citate. Questo grimorio è stato anche oggetto di numerose ripubblicazioni in libri contemporanei e di riproduzioni disponibili anche in rete.

Sostanzialmente il Lemegeton contiene sigilli, complessi rituali di evocazione e nomi di entità demoniache che il mago può evocare, tenere sotto stretto controllo, bandire od anche asservire ai propri voleri.

Il tomo è ripartito in cinque parti:

1. Ars Goetia: detta più semplicemente Goetia o Goezia, riporta la descrizione di settantadue demoni, che si vogliono esser stati evocati nei tempi biblici, da Re Salomone per essere rinchiusi in un vaso di bronzo istoriato da parole di potere. Questa sezione contiene anche le istruzioni per fabbricare un simile vaso e le formule per l’evocazione delle 72 entità.

2. Ars Theurgia Goetia: qui sono illustrate le caratteristiche di trentuno spiriti aerei, sia luminosi che oscuri, che sempre Re Salomone invocò.

3. Ars Paulina: la leggenda vuole che quest’arte sia stata inventata dall’apostolo Paolo. Attestata sin dal medioevo, l’Ars Paulina si suddivide a sua volta in due capitoli:
  1. Nel primo è spiegato come entrare in contatto con gli angeli delle varie ore del giorno, i loro sigilli, le relazioni che li legano tra loro e con i sette pianeti dell’astrologia allora conosciuta. Qui sono indicati anche i rituali necessari ad evocarli.
  2. Il secondo capitolo è dedicato all’illustrazione degli angeli legati ai dodici segni dello zodiaco e la loro relazione coi quattro elementi dell’alchimia medievale (Aria, Acqua, Terra e Fuoco).


Le rune incise sulla riproduzione della spada Albion, usata nella serie TV.

4. Ars Almadel: qui sono riportate le istruzioni per fabbricare l’Almadel: una tavoletta di cera sulla quale vanno iscritti sigilli protettivi. Nel testo è indicato che sull’Almadel devono essere disposte quattro candele di diverso colore e materiale.

5. Ars Notoria: ripresa quasi pedissequamente da un grimorio medievale, la quarta parte del Lemegeton contiene un insieme poco coerente di preghiere infarcite di parole tratte dalla cabala ebraica e dal greco antico, nonché le istruzioni per recitare tali preghiere. Stando al libro, queste preghiere garantiscono a chi le recita il favore di Dio e dei suoi angeli, una memoria eccellente, serenità d’animo ed eloquenza. In alcune di tali preghiere ci si rivolge a Gesù alla Trinità, agli apostoli ed ai santi.

Conclusioni
Quello del fabbro elfico Wayland/Völundr è senza dubbio uno dei miti nordici che più affascinano il ricercatore e l’appassionato di mitologia e leggende dell’Occidente arcaico, per la sua commistione di mitemi nordici e mediterranei, per la sua centralità all’interno dell'elaboratissima mitologia germanica, norrena e sassone, per la sua eccezionale fortuna in ambito letterario sin dal primo medioevo. Insomma, per il suo aver attraversato i secoli comparendo e ricomparendo su antiche incisioni, nei racconti, nelle favole popolari e nel folclore, fra le righe degli antiquari settecenteschi, dei romanzieri dell’ottocento e del novecento, sino a giungere ai nostri giorni persino nei fumetti (18) e nella sua trasposizione televisiva, pronto a contaminarsi ancora con altre mitologie e leggende antiche e moderne, come quella del grimorio seicentesco Lemegeton.

Note
(1) Ludovica Koch (a cura di), Beowulf, Torino, Einaudi, 1992.

(2) Lo storico greco Apollonio Rodio narra una leggenda incredibilmente simile, relativa a Vulcano, il dio fabbro della mitologia greco/romana. Secondo questa narrazione, colui che avesse lasciato sull’isola di Vulcano in Sicilia il metallo grezzo ed il pagamento per una certa opera, avrebbe ritrovato al suo ritorno il migliore degli artefatti, forgiato dal dio in persona. Cfr. Westwood, Albion: a guide to leggendari Britain,1987, pag. 282.

(3) Scrive Wise: “At this place lived formerly an invisible Smith, and if a traveller’s Horse had lost a Shoe upon the road, he had no more to do than to bring the Horse to this place with a piece of money, and leaving both there for some little time, he might come again and find the money gone, but the Horse new shod.”. In Westwood, cit., pag. 279. [Anticamente in quei luoghi viveva un fabbro invisibile, e se il cavallo di un viaggiatore avesse perso un ferro, quegli non avrebbe dovuto far altro che portare lì il cavallo e lasciarvelo insieme a qualche moneta; al suo ritorno non avrebbe trovato più i soldi, ma il suo cavallo ferrato ad arte.]

(4) Westwood, cit., pag. 280.

(5) Di cui si dirà più oltre.

(6) L’attuale provincia di Närke, in Svezia.

(7) In altre versioni del mito è suo fratello Egil a confezionare l’abito o a raccogliere le piume che servono per tesserlo. Cfr. Westwood, cit., pag. 280.

(8) [La casa di Völundr, cioè la casa di Dedalo]. In: Westwood, cit., pagg. 282-283.

(9) Green, Dizionario di mitologia celtica, Milano, 2003.

(10) La riforgiatura della spada spezzata è un topos delle mitologie nordiche, ripreso anche da Tolkien nel suo Signore degli Anelli.

(11) Cfr. Green, cit., pagg. 99-101.

(12) Per riferimenti letterari, storici e bibliografici sulla figura di Robin Hood si veda Gruppi (a cura di), Le ballate di Robin Hood, 1991, Introduzione pagg. V-XXXII.

(13) Clannad, Legend, RCA, 1984.

(14) Per un eccellente saggio dedicato alla disamina di questo archetipo, profondamente radicato nelle culture arcaiche d’Europa si veda Carlo Ginzburg, Storia notturna, Torino, 1989.

(15) Dal francese grammaire, “grammatica”.

(16) Tra i quali Il castello di Eymerich, dell’autore italiano Valerio Evangelisti, che tuttavia è ambientato nel 1369, ossia secoli prima l'effettiva pubblicazione del Lemegeton.

(17) Cfr. Sabellicus, Magia pratica I, 1993.

(18) Nella serie di fumetti italiana Brendon, edita dalla celeberrima casa Bonelli, ambientata in un futuro post atomico di chiaro sapore fantasy, è presente la figura del nostro fabbro Wayland lì chiamato col nome di Wildo Jumper.

Piccola Bibliografia
LIBRI
GINZBURG, Carlo. Storia notturna, Torino, Einaudi, 1989.
GREEN, Miranda. Dizionario di mitologia celtica, Milano, Bompiani, 2003.
GRUPPI, Nicoletta (a cura di). Le ballate di Robin Hood, Torino, Einaudi, 1991.
MASON, Paul. La Spada del Templare, Trieste, E Elle, 1991.
MERCATANTE, Anthony. Dizionario universale dei miti e delle leggende, Roma, Newton Compton, 2001.
KOCH, Ludovica (a cura di). Beowulf, Torino, Einaudi, 1992.
SABELLICUS, Jorg (a cura di). Magia pratica I, Roma, Edizioni Mediterranee, 1993.
WESTWOOD, Jennifer. Albion - a guide to legendary Britain, London, Paladin Grafton, 1987.

MUSICA
Clannad, Legend, RCA, 1984.
Clannad, Macalla, RCA, 1985.

INTERNET
www.en.wikipedia.org
www.imdb.com

4 commenti:

marco pugacioff ha detto...

Bel'articolo!!!! A proposito, la serie di Robin di Sherwood, di cui ho messo in youtube due episodi in lingua italiana: https://www.youtube.com/watch?v=w9HZRFhvgYM ( ecco un collegamento ) e l'ultimo della seconda serie con sottotitoli, ebbe anche una versione a fumetti settimanali all'interno di una rivista, a cura del disegnatore Mike Baron. Ciao Marco

Andrea Tupac Mollica ha detto...

Ciao Marco, grazie!
Potresti dirmi qualcosa di più sul fumetto?
Ed inoltre hai anche altri episodi in lingua italiana?

marco pugacioff ha detto...

Ciao Andrea, la serie a fumetti non è mai uscita in italia. Era apparsa sulla rivista LookIn (mi pare si scriva così), una rivista che "traduceva" a fumetti molte serie televisive dell'epoca, come "Alla conquista del west" (quella con zio Zeb) e l'uomo da sei milioni di dollari. Recentemente era apparso un libro che pubblica un episodio di ogni serie, infatti vi era un episodio di Robin di Sherwood con il Robin Hood originale Micheal Praid. Quando Robin Morì, Herne decise che ha prendere il suo posto fosse il fratellastro dell'aiutante dello sceriffo, e sui fumetti Robin aveva non più il volto di Praid, ma di Connery. AriCiao Marco

Andrea Tupac Mollica ha detto...

Grazie Marco! La vedo difficile, ma proverò a mettermi in caccia di questi fumetti!

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